ROMA 8 SETTEMBRE 1943: La battaglia per Roma
ROMA 8 SETTEMBRE 1943: La battaglia per Roma

Col. SS Eugen DOLLMANN

Eugen Dollmann (Ratisbona, 8 agosto 1900 Monaco di Baviera, 17 maggio 1985) è stato un militare e agente segreto tedesco.

Laureato in filosofia all'Università di Monaco, ottimo conoscitore della lingua italiana, colonnello delle SS, fu l'interprete di Hitler e dei più importanti personaggi tedeschi ed italiani che egli frequentò assiduamente in Italia dal 1933 al 1945.

La sua vita intrigata risulta meno misteriosa, tutto sommato, della sua morte. Non si sa infatti né come, né dove sia morto. Probabilmente deceduto per cause naturali a Monaco di Baviera, è ignoto il cimitero dove è stato sepolto «...senza nome secondo la sua volontà».

Intorno alla metà degli anni venti Dollmann era venuto a Roma per completare la sua formazione di cultore di storia e di arte italiana, in particolare interessato alla storia dei Farnese e del cardinale Alessandro.

Andò ad abitare in Piazza di Spagna e, poiché gli capitava di fare l'interprete per qualche suo connazionale, fu in questa funzione che incontrò Himmler, che vide le potenzialità di quel raffinato tedesco, ben introdotto nei salotti romani, che allora facevano a gara nel ricevere i nazisti più importanti ed influenti a Roma, come il generale Karl Wolff, noto per le sue frequentazioni mondane.

Dollmann non era un millantatore, ma aveva autentiche amicizie personali tra la nobiltà romana e in particolare con alti prelati in Vaticano, che ne facevano un personaggio molto utile per l' intelligence tedesca.

Anche Hitler si servì di Dollmann come interprete, poiché, come si diceva in un pettegolezzo, gliene aveva parlato bene Eva Braun, che l'aveva conosciuto a Firenze e ne era rimasta affascinata. Fatto sta che Hitler, nel 1938, lo nominò, «...per [la] simpatia», come racconta lo stesso Dollmann, che gli mostrava Himmler, SS-Standartenführer, colonnello delle SS, lui che non era mai stato nazista e non aveva prestato servizio militare.

Da quella data, ad ogni incontro tra Hitler e Mussolini, partecipò l'interprete Dollmann, che privatamente metteva ironicamente in risalto la supponenza del Duce di conoscere bene il tedesco.

Tra il 1938 e il 1944 Dollmann divenne un punto di riferimento per i rapporti tra i tedeschi in Roma e i dirigenti fascisti. Egli era di casa all'ambasciata di Eberhard von Mackensen e di Rudolf Rahn, presso la sede del comando supremo di Albert Kesselring e nella villa gardesana di Karl Wolff. Si trovano tracce di queste sue discrete amicizie nei diari (19 maggio del 1942) di Ciano, che lo chiama erroneamente "capitano".

L'affascinante colonnello nella sua divisa nera era amico di Ciano, del capo della polizia italiana Arturo Bocchini, della principessa Isabella Colonna, di Guido Buffarini Guidi e con lui si sfogava Donna Rachele sulle malefatte del genero Ciano.

La notorietà di Dollmann si estese al grosso pubblico, quando si seppe che era stato lui ad ideare il piano di Otto Skorzeny per far fuggire Mussolini dal Gran Sasso e a far rifugiare in Germania la famiglia Ciano.

L'inconveniente che gli procurò grosse difficoltà nel dopoguerra fu la sua presenza nei momenti successivi dell'attentato di via Rasella, fatto per il quale fu accusato dagli antifascisti di essere stato il principale autore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Il colonnello delle SS racconta che Hitler «...pareva impazzito, voleva che venisse distrutto un intero quartiere di Roma con tutti i suoi abitanti e che per ogni soldato tedesco morto si fucilassero trenta o cinquanta ostaggi italiani.» I militari tedeschi erano d'accordo che vi dovesse essere una dura punizione per l'attentato, ma non concordavano sulle proporzioni di questa reazione, che avrebbe potuto innescare conseguenze negative per il Reich.

Fu Dollmann, che seguendo questa linea morbida, chiese nel pomeriggio del 23 marzo 1944 l'intervento di padre Pancrazio Pfeiffer; questi era l'intermediario di papa Pio XII con i tedeschi e compagno di scuola del generale Kurt Mälzer, comandante della Wehrmacht nella capitale, detto "il Re di Roma". Il generale, anche lui presente in via Rasella, urlava che «...si sarebbero dovuti fucilare sul posto individui arrestati nelle vicinanze e far saltare, con tutti i suoi abitanti, il blocco di immobili davanti al quale era avvenuto l'attentato».

Pio XII si mise in contatto con l'ambasciata tedesca per capire quali fossero le reali intenzioni tedesche, ma ricevette solo risposte molto evasive. Dollmann quindi non fu più in grado di modificare gli eventi che si conclusero, nel giro di meno ventiquattro ore, con l'eccidio.

La versione dei fatti di Dollmann è contraddetta dallo storico Richard Breitman, che basandosi sui documenti declassificati degli Archivi nazionali accusa Dollmann di essere stato complice sia della deportazione degli ebrei del ghetto romano che della strage delle Fosse Ardeatine.

Secondo il giornalista Paolo Mieli invece Dollmann non ebbe a che fare con gli episodi di cui lo si accusa, ma anzi egli si adoperò perché si evitassero il più possibile atti di forza cruenti.

Fu lui ad aiutare a fuggire Virginia Agnelli, imprigionata nella villa di San Gregorio al Celio, e, proprio con la mediazione di questa, nel maggio del '44, riuscì ad organizzare un incontro segreto tra il generale delle SS Wolff e papa Pio XII, per trattare l'evacuazione pacifica dei tedeschi dalla capitale.

Dopo l'arrivo degli americani a Roma (giugno 1944) Dollmann si trasferì a nord, nella Repubblica di Salò.

Anche qui Dollmann mise in atto le sue capacità d'intessere accordi segreti, usando la mediazione del cardinale Schuster e in seguito trattando direttamente con l' intelligence alleata con la quale organizzò, nel marzo del 1945 a Lugano, la resa tedesca.

Internato alla fine della guerra, fu protetto da una branca dei servizi segreti italiani e dall'arcivescovo di Milano, cardinale Ildefonso Schuster, «...che volevano rivendicare tramite suo il merito della resa tedesca», che lo nascosero in un manicomio.

Tornato a Roma nel 1946, fu riconosciuto in un cinema ed arrestato, ma gli americani lo fecero subito liberare e un loro agente, James Angleton, lo fece trasferire in Svizzera.

Visse in Svizzera sotto falsa identità come agente di spionaggio fino al 1952, quando ne fu espulso per un presunto rapporto omosessuale con un funzionario svizzero.

Passò quindi dall'Italia, dov'era tornato, in Spagna con l'aiuto di un certo padre Parini. Lì visse protetto da Otto Skorzeny, il liberatore di Mussolini dal Gran Sasso.

Secondo gli Archivi americani, il colonnello Eugen Dollmann, nel 1952, ebbe dai servizi segreti italiani un passaporto falso con cui poté ritornare in Germania per alterare i processi di denazificazione che si stavano tenendo in quel periodo.

Scoperto nella sua vera identità, Dollmann confessò che il falso documento gli era stato fornito da un certo "Rocchi" identificato successivamente con Carlo Rocchi, capo della CIA a Milano.

Fu arrestato in Germania e imprigionato per un mese per falsificazione di documenti.

Uscito di prigione, si ritirò ad abitare nella pensione Das Blaue Haus, a Monaco, dove passò gli ultimi trent'anni della sua vita.

Si manteneva con un lavoro di traduttore dall'italiano in tedesco. Si deve a lui la traduzione in tedesco della sceneggiatura del film La dolce vita di Federico Fellini.

Morì il 17 maggio del 1985. L'unico documento che prova il suo decesso è un biglietto fatto arrivare, tramite il suo esecutore testamentario, allo storico italiano Gianfranco Bianchi, con la data di nascita e di morte e alcuni versi di Francesco Petrarca.

Dollmann saluta il capo della polizia italiana Arturo Bocchini.

Articolo tratto da "Repubblica".

 

SEPOLTI CON DOLLMAN INTRIGHI E SEGRETI DI ROMA CITTA' APERTA

 

Gli piaceva agire dietro le quinte, passare inosservato. La sua vita è stata un inanellarsi di misteri. E così la sua scomparsa. Non si sa infatti nè dove, nè come Eugen Dollmann sia morto il 17 maggio scorso. Nè in quale cimitero sia stato sepolto "senza nome secondo la sua volontà". L' unico documento che attesta il suo decesso - avvenuto quasi certamente a Monaco di Baviera e per cause naturali, Dollmann aveva ottantacinque anni - è un biglietto fatto pervenire dal suo esecutore testamentario allo storico italiano Gianfranco Bianchi. Un biglietto che oltre alla data di nascita e di morte di Dollmann riporta soltanto la sua decisione di avere una sepoltura anonima e alcuni versi del Petrarca: "Di me non pianger tu; chè i miei di fèrsi / Morendo eterni, e ne l' interno lume, / Quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi". Più che come Standartenfher (colonnello) delle SS e meglio rappresentante di Heinrich Himmler in Italia, Dollmann teneva a dare di sè l' immagine di un raffinato cultore della nostra storia, cultura e arte. Era venuto a Roma a metà degli anni Venti per studiare la storia dei Farnese e in particolare del cardinale Alessandro, nipote di papa Paolo III. E diventò un discreto esperto della vita di quel grande protettore di letterati e artisti (fra cui Giovanni Della Casa e Giorgio Vasari), che, nella seconda metà del Cinquecento, fece costruire palazzo Farnese, acquistò dai Chigi la villa della Farnesina, commissionò al Vignola il disegno del castello di Caprarola e fece edificare a Roma la chiesa del Gesù. A Roma Dollmann abitava in una bellissima casa in piazza di Spagna e dal momento che parlava l' italiano alla perfezione ogni tanto faceva da interprete per qualche suo connazionale in visita nel nostro paese. Gli capitò di farlo anche per Himmler e tra i due fu subito grande amicizia. Himmler fu affascinato dalla finezza di Dollmann e soprattutto dal fatto che aveva radici in Italia: non era certo l' unico tedesco ad essere accolto, quasi conteso, nei salotti; anzi, nella seconda metà degli anni Trenta, a Roma s' era quasi aperta una gara per dare ospitalità agli uomini di Hitler e il generale Karl Wolff era molto più mondano di Dollmann; ma Dollmann era l' unico che aveva autentiche amicizie personali, in particolare tra gli aristocratici e in Vaticano. In quegli anni anche Hitler si servì di Dollmann come interprete e ne restò affascinato. Un pettegolezzo che girava negli anni Trenta voleva che Hitler fosse suggestionato in ciò da Eva Braun che aveva conosciuto Dollmann a Firenze e s' era invaghita di lui. Sta di fatto che Hitler apprezzò a tal punto quell' "interprete" da passar sopra al fatto che non era mai stato nazista e non aveva neanche prestato servizio militare e nel 1938 lo fece nominare su due piedi colonnello delle SS. Da quel momento Dollmann partecipò ad ogni incontro tra Hitler e Mussolini. In privato ironizzava sulla pretesa di Mussolini di conoscere alla perfezione la lingua tedesca ma riuscì a conquistare anche il capo dei fascisti italiani e il suo entourage che restarono colpiti dal fascino misterioso di Dollmann. Così quel colonnello divenne tra il ' 38 e il ' 44 uno degli uomini più potenti di Roma. Fatta eccezione per Galeazzo Ciano, aveva ottimi rapporti con tutti. Ottimi ma discreti. E infatti nella memorialistica fascista il suo nome è citato con parsimonia; nei suoi diari Ciano ne parla una sola volta di sfuggita (il 19 maggio del 1942) definendolo "capitano"; Dino Grandi lo nomina solo di passaggio come latore di un invito di Hitler a schierarsi contro Badoglio dopo il 25 luglio del ' 43. Alto, snello, brillante (ma secondo il console tedesco Mollhausen in privato era malinconico e parlava soprattutto del duo affetto per la madre) Dollmann divenne un personaggio noto al pubblico soprattutto dopo la caduta del fascismo quando elaborò il piano di Skorzeny per far fuggire Mussolini dal Gran Sasso e aiutò Ciano con la famiglia a "riparare" in Germania. Ancor più potente e famoso divenne nei mesi successivi, tra il settembre del ' 43 e il giugno del ' 44, quelli che nel titolo del suo libro più importante ha definito della "Roma nazista". Fu in quei mesi che, soprattutto per difetto di informazioni da parte degli antifascisti, venne identificato come una "belva", un "aguzzino", il principale artefice del massacro delle Fosse Ardeatine: il cane lupo che portava sempre al guinzaglio, divenne anch' esso un simbolo di spietatezza. Gli furono insomma addebitate tutte le atrocità commesse in quel periodo dalle SS. In realtà Dollmann non fu mai, neanche in quei mesi, un fanatico; continuò anzi ad attivare i suoi canali diplomatici per escogitare soluzioni incruente anche in quel terribile momento. Per esempio aiutò Virginia Agnelli a fuggire dal confino di Villa San Gregorio al Celio e nel maggio del ' 44 fu a sua volta da lei aiutato ad organizzare un colloquio segreto tra il generale delle SS Wolff e il papa Pio XII per trattare l' evacuazione pacifica dei tedeschi dalla capitale. Dopo l' arrivo degli americani a Roma (giugno ' 44) Dollmann si trasferì a nord, nella Repubblica di Salò. Anche qui si diede alla tessitura di rapporti segreti, prima con il cardinale Schuster e poi con i servizi segreti alleati per preparare il terreno al momento della disfatta tedesca che ormai riteneva inevitabile. Restò fino all' ultimo amico di Mussolini con cui si incontrava spesso e di sua moglie Rachele che gli confidava, all' epoca del processo di Verona, il suo odio per il genero Galeazzo Ciano. Svolgeva le sue missioni riservate con il pieno consenso dei suoi superiori. Ma il suo capolavoro fu quello di riuscire ad affascinare anche il cardinale di Milano e gli americani con i quali dal marzo del ' 45 preparò a Lugano la resa tedesca. Appena finita la guerra, Schuster lo salvò facendolo ricoverare in una clinica e quando nel ' 46 tornò a Roma e fu arrestato in un cinema, gli americani le fecero liberare immediatamente. Dollmann visse a Roma ancora per poco, emigrò in Svizzera e poi in Spagna. Nel 1952 tornò in Germania esibendo documenti falsi, fu arrestato e scontò un mese di prigione, per aver falsificato i documenti, appunto. Andò ad abitare in una pensione, "Das Blaue Haus", a Monaco e lì trascorse gli ultimi trent' anni della sua vita. Viveva di traduzioni (curò tra l' altro l' edizione tedesca dei dialoghi della "Dolce vita") e di rimpianti. Quasi mai rifiutava i colloqui che gli venivano richiesti da storici e giornalisti. Si mostrava sempre disponibile ad entrare nel dettaglio - a lui si devono alcuni chiarimenti di rilievo sulla vicenda delle Fosse Ardeatine e sul ruolo della Chiesa in quell' occasione - e condiva la conversazione con l' inesauribile repertorio del suo elegante scetticismo. Si rammaricava di essere ancora considerato in Italia un "criminale nazista". Non dall' autorità giudiziaria, giacchè contro di lui non esistevano procedimenti penali aperti. Ma dall' opinione pubblica antifascista. L' Italia, ripeteva, è stata il grande amore della mia vita e l' unico mio cruccio è quello di non poterci tornare prima di morire. Capiva bene che al di là del suo operato di tessitore di mediazioni, a Roma era ricordato soprattutto come un SS. Lo capiva veramente e non aveva nessuna intenzione di offendere quel "giustificabile" giudizio contro di lui. "Spero solo", diceva, "che gli storici e soprattutto quelli italiani mi rendano giustizia".
di PAOLO MIELI

Eventi

Mostra "Vite di IMI".

E' aperta la mostra "Vite di IMI - Internati Militari Italiani". Si tratta di un'esposizione storico-didattica tesa ad illustrare la vita degli oltre 600mila militari italiani deportati e internati nei lager tedeschi e della loro “Resistenza senza armi”.

Tutte le info sul sito: http://www.anrp.it/mostra/01mostra.html

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