ROMA 8 SETTEMBRE 1943: La battaglia per Roma
ROMA 8 SETTEMBRE 1943: La battaglia per Roma

Gen. C.A. Mario ROATTA

Mario Giuseppe Leon Roatta nacque a Modena il 2 gennaio 1887 da Giovan Battista Roatta e da Maria Antonietta Richard. Il padre, originario del cuneese, era capitano.

Nel 1906 divenne sottotenente di fanteria. Dopo aver frequentato la scuola di guerra fu trasferito con il grado di capitano allo stato maggiore dell'esercito. Durante la prima guerra mondiale combatté sia sul fronte francese che su quello italiano; fu promosso nel 1917 a tenente colonnello, e decorato con tre medaglie d'argento al valor militare. Nel primo dopoguerra fu addetto militare presso le ambasciate italiane a Varsavia (1927-1931, con competenza su Riga, Tallinn ed Helsinki). Nel 1930 fu promosso colonnello.

A Varsavia, sempre all'inizio del 1930, Roatta compì un'analisi dei concetti di impiego tattico dello Stato Maggiore francese, entrando in contatto con gli ufficiali superiori francesi che dirigevano la scuola di guerra polacca. Dopo un periodo al comando dell'84º Reggimento "Venezia", nel 1934 divenne capo del Servizio Informazioni Militari, e vi rimase fino all'agosto 1939, anche se solo sul piano formale, poiché dal 1936 fu nominato comandante del Corpo Truppe Volontarie (CTV) italiane nella guerra civile spagnola, al fianco degli insorti nazionalisti guidati da Franco.

In questa spedizione rivestì un ruolo di discreta rilevanza, soprattutto dopo che rimase ferito a un braccio durante l'attacco a Malaga, che concluse con una vittoria e con la cattura di circa 10.000 prigionieri repubblicani; in seguito Roatta divenne generale di brigata. Nel marzo del 1937 subì una dura sconfitta a Guadalajara contro la XII Brigata internazionale, comprendente il Battaglione Garibaldi, formato quasi prevalentemente da volontari italiani antifascisti. Poco tempo dopo il suo ruolo fu ridimensionato e il comando dei volontari fu assunto dal generale Ettore Bastico.

Mentre Roatta era impegnato al comando della spedizione in Spagna, il controllo effettivo del SIM era passato nelle mani del colonnello Paolo Angioy. Secondo risultanze giudiziarie, Roatta insieme ad Angioy, al colonnello Santo Emanuele ed al maggiore Roberto Navale, sarebbe stato l'ideatore del piano per uccidere i fratelli Rosselli, assassinati in Francia nel 1937[3].

Nominato addetto militare a Berlino dal luglio al novembre 1939 seguì, con questa veste, la crisi di Danzica e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Sempre da Berlino, ebbe competenza anche su Svezia, Danimarca, Finlandia e Lituania, e redasse quindi importanti e dettagliati rapporti sull'apparato militare degli Stati baltici a poche settimane dall'invasione sovietica. In un altro rapporto dell'ottobre, mise in evidenza i positivi risultati delle truppe corazzate e meccanizzate della Wehrmacht. Tornato in Italia fu nominato sottocapo di stato maggiore nel 1940. Con questo incarico riuscì ad eludere i tedeschi nella preparazione dei piani di attacco a sorpresa della Grecia e della Jugoslavia.

Dal 24 marzo 1941 fino al gennaio 1942 fu Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano.

Mario Roatta, in qualità di comandante dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana, il 1º marzo 1942 emanò la "Circolare 3C", che equivale ad una dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile. Le disposizioni del generale Mario Roatta erano del tutto simili a quelle impartite dai comandanti tedeschi[7]: rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nei campi di concentramento di Campo di concentramento di Arbe (Rab) e di Gonars.

Il 18 marzo 1942 venne nominato comandante della 2a Armata in Croazia dove ordinò nella guerra partigiana di "...applicare le sue disposizioni senza false pietà", dando così inizio ad una vera e propria azione di terrore contro i civili che davano supporto logistico alle bande partigiane. Applicando la circolare 3C dove si diceva di applicare il criterio della testa per dente, vennero devastati numerosi villaggi.

Il generale Roatta emanò inoltre anche ordini espliciti: "(...) Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto", ‘’(…)l’internamento può essere esteso… sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione… e di sostituirle in loco con popolazioni italiane’’.

La Germania nel 1942 aveva richiesto all'Italia la consegna degli ebrei che erano stati isolati ed in parte già internati in apposite strutture delle zone occupate, soprattutto della Dalmazia. L'iniziale risposta di Mussolini era stata accondiscendente, tuttavia alle assicurazioni del Duce non seguivano fatti coerenti delle amministrazioni periferiche. Peraltro, il Vaticano si muoveva con monsignor Montini (in seguito papa Paolo VI) ed altri alti prelati per scongiurare l'ipotesi, sebbene solo nel novembre dello stesso anno il segretario di stato pontificio chiese formalmente all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede Raffaele Guariglia di non procedere alla consegna. La richiesta faceva seguito a trattative localmente intessute dal vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin, che aveva avviato un carteggio con Roatta, comandante della 2a Armata e responsabile della forza di occupazione italiana; in questi scambi Roatta aveva promesso che, se pure non poteva trasferire gli ebrei in Italia, comunque poteva trattenerli nella zona occupata.

In realtà, intanto l'ordine di Mussolini aveva formalmente ed ufficialmente solo scopi di identificazione, nonché il proposito di rendere alle autorità croate quelli che fossero stati riconosciuti cittadini croati. Iniziarono dunque a pervenire a Roma diversi pareri di autorità italiane che sconsigliavano di aderire alla richiesta dell'alleato germanico: il generale dei Carabinieri Giuseppe Pièche comunicò che la sorte dei deportati cominciava ad essere nota presso le truppe, provocando malcontento, mentre serbi e musulmani si affidavano al tricolore temendo che la sorte potesse volgere anche a loro pericolo. Il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini era poco dopo andato nella Capitale ad esprimere le stesse perplessità. A distanza di solo qualche giorno, andò a Roma anche Roatta, per il quale l'eventuale consegna avrebbe provocato irritazione nella popolazione locale, agitazione della minoranza serba e grave complicazione delle attività di controllo, tutto ciò mentre negli alti gradi militari e diplomatici serpeggiava autonoma insofferenza per l'ingerenza tedesca in sfere di esclusiva competenza nazionale.

C'erano naturalmente anche diffuse contrarietà limpidamente basate su questioni umanitarie, ad ogni modo si sviluppò un ostruzionismo che si nutriva di cavilli evasivi ed espedienti burocratici, che ritardava ogni giorno di più la consegna, sino a che nel 1943 Mussolini, messo alle strette dai tedeschi, sentiti i responsabili italiani delle aree coinvolte, fra cui anche Roatta, negò definitivamente la consegna. In base a diverse testimonianze di ebrei croati sopravvissuti, si è ricostruito che la 2a Armata italiana, con Roatta e i suoi ufficiali superiori, operò tra il 1942 e il 1943 in modo da evitare la deportazione delle comunità ebree di Dalmazia e di quelle che sfuggivano al genocidio perpetrato dagli ustascia croati e dai nazisti nella zona di occupazione tedesca. L'Armata di Roatta diede rifugio, distribuì generi di prima necessità e cure, permise ai bambini di continuare i propri studi. Lo stesso vale per le minoranze serbe nella zona di occupazione italiana.

La 2a Armata decise in più occasioni di proteggere i villaggi serbi e la popolazione ortodossa dai massacri croati. Bande di cetnici furono persino armate dagli italiani ed inquadrate come forze ausiliarie. Analoghe testimonianze provengono dagli archivi tedeschi i quali sostengono che le truppe al comando di Roatta si interposero spesso tra gli ustascia e le comunità in pericolo. Ciò nonostante truppe italiane, dietro suo ordine diretto o raccomandazione generale, fucilarono prigionieri partigiani, rifiutarono la resa ad alcuni reparti titini, giustiziarono sbandati, applicarono le rappresaglie, prelevarono ostaggi tra la popolazione civile, e fecero terra bruciata dei villaggi che davano ricovero ai partigiani.

Il 5 febbraio 1943, Roatta venne posto al comando della 6a Armata in Sicilia, mentre il 1º giugno venne nuovamente nominato Capo di Stato Maggiore dell'Esercito

   

Con l'insediamento del nuovo governo retto da Badoglio, Roatta conservò la sua carica di capo di stato maggiore dell'esercito. Fu lui, durante il difficile periodo dei 45 giorni, a reprimere le manifestazioni per la fine del regime, attraverso la cosiddetta "circolare Roatta" in cui si dava ordine alle forze armate e alle forze dell'ordine di intervenire, anche con la forza, nella repressione di ogni manifestazione.

« ...poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine... muovendo contro gruppi di individui che perturbimo ordine o non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento e si faccia fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. »
(La circolare diffusa da Roatta)

Secondo diversi autori, sarebbe stato in seguito a questi ordini di Roatta che nei cinque giorni successivi al 25 luglio 1943 si ebbero, negli scontri, 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti.[13]

Dopo il 25 luglio, Roatta occupò un ruolo assolutamente influente, essendo membro del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, cui erano deputate le decisioni politiche più importanti; di tale organismo facevano anche parte il Maresciallo Badoglio, il Capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio e il comandante dei servizi segreti Giacomo Carboni,in ruoli paritari e subordinati al re. Fu il Consiglio della Corona e non il governo, il 7 agosto 1943, che approvò, a maggioranza di due terzi, la decisione di uscire dalla guerra.

Il 1º settembre 1943 in una riunione "allargata" del Consiglio della Corona, cui parteciparono anche il Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia, il generale Giuseppe Castellano e il Ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, in rappresentanza del re inspiegabilmente assente, fu accettato l'armistizio con le forze anglo-americane che, due giorni dopo, a Cassibile, venne formalmente sottoscritto.

Fu Roatta a firmare la circolare op. 44, elaborata per le Forze Armate sin dalla fine di agosto dal generale Ambrosio e dallo Stato maggiore dell'esercito e posta a conoscenza dei Comandanti di armata tra il 2 e il 5 settembre 1943. In tale circolare si ordinava “di interrompere a qualunque costo, anche con attacchi in forze ai reparti armati di protezione, le ferrovie e le principali rotabili alpine” e di “agire con grandi unità o raggruppamenti mobili contro le truppe tedesche”. La circolare op. 44 ne ricalcava una del precedente 10 agosto, ma la sua attuazione era condizionata ad ordini successivi. Inoltre, il documento cartaceo della circolare op. 44 doveva essere distrutto col fuoco immediatamente dopo la notifica.

Nella notte fra l'8 e il 9 settembre, dopo l'annuncio del Maresciallo Badoglio dell'avvenuta stipula dell'armistizio con le forze alleate, Ambrosio e Roatta ritennero che l'ordine alle Forze Armate di attuazione dalla circolare op. 44 dovesse essere firmato dal Maresciallo Badoglio, ma non riuscirono a rintracciarlo in tempo utile. Di conseguenza, le Forze Armate italiane rimasero senza ordini efficaci di fronte all'avanzare dell'esercito tedesco.

Alle ore 5.15 del 9 settembre, a battaglia in corso, il generale Roatta impartì al generale subordinato Giacomo Carboni, comandante del Corpo d'Armata Motocorazzato posto a difesa di Roma, l'ordine di spostare su Tivoli la 135ª Divisione corazzata "Ariete II" e la 10ª Divisione fanteria "Piave" e di disporvi una linea di fronte escludente la difesa della Capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo Stato Maggiore che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli. Poco dopo, Roatta lasciò Roma, accodandosi al convoglio di autovetture con a bordo Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il Primo Ministro Maresciallo Badoglio, il Capo di Stato maggiore Ambrosio e i ministri militari (tranne il generale Antonio Sorice), diretto alla volta di Pescara, per poi imbarcarsi a Ortona sulla corvetta Baionetta, che portò tutti nelle retrovie alleate del sud Italia.

   

Alcuni mesi dopo, Roatta fu accusato per la mancata difesa di Roma che era stata rapidamente occupata dalla Wehrmacht tedesca. Il 12 novembre 1943, venne destituito da ogni incarico.

Nel corso delle indagini della Commissione d'inchiesta, il 16 novembre 1944, Roatta fu arrestato. La commissione gli attribuirà responsabilità riguardanti anche la disfatta dell'8 settembre nel suo complesso.

Poi, nel 1945, fu chiamato in giudizio dall'Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo per l'omicidio dei fratelli Rosselli. Va osservato che le accuse circa la responsabilità del delitto Rosselli presero forma in modo un po' animato, in quanto dopo la guerra il colonnello Emanuele sua sponte si presentò a Mario Berlinguer (padre di Enrico), Alto Commissario che (istituzionalmente) indagava sul SIM, indicando l'Angioy come mandante; "prodigiosamente" apparve subito, però, documentazione che pareva escludere l'estraneità dello stesso Emanuele, il quale allora ripiegò implicando Roatta in altri eventi come il regicidio di Alessandro I di Jugoslavia ed altri. Fu processato insieme a Filippo Anfuso (capo di gabinetto del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano).

 

Il 4 marzo 1945, alla vigilia del giorno previsto per il deposito delle conclusioni della commissione d'inchiesta per le attività del SIM e il caso Rosselli, Roatta evase dall'ospedale militare presso il Liceo Virgilio, probabilmente grazie alla complicità del servizio segreto britannico e del generale Taddeo Orlando, comandante generale dell'Arma e già subalterno di Roatta in Croazia. Raggiunse prima il Vaticano e poi, con la moglie, la Spagna, dove fu protetto dal governo di Francisco Franco. Immediata fu la reazione della Sinistra e le manifestazioni alimentate dalle polemiche posizioni di socialisti ed azionisti, (Saragat scrisse che "il suo silenzio era d'oro per molte persone") che accusavano gli ambienti dell'esercito di proteggere i fascisti. Il giorno successivo Orlando fu destituito.

La settimana dopo la fuga, fu condannato all'ergastolo in primo grado in contumacia. Al termine dell'iter giudiziario fu prosciolto e la sentenza annullata dalla Corte di Cassazione nel 1948.

Per quanto riguarda la mancata difesa di Roma, fu assolto da ogni accusa il 19 febbraio 1949, mentre non fu dato corso all'estradizione richiesta dal governo jugoslavo in quanto poté giovarsi della cosiddetta "amnistia Togliatti" intervenuta il 22 giugno 1946, e di quella definitiva del 18 settembre 1953 proposta dal guardasigilli Antonio Azara per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948.

Roatta ritornò dalla Spagna solo nel 1966 e morì a Roma il 6 gennaio 1968. Scrisse un famoso memoriale difensivo: Sciacalli addosso al SIM (Roma 1955).

 

 

Eventi

Mostra "Vite di IMI".

E' aperta la mostra "Vite di IMI - Internati Militari Italiani". Si tratta di un'esposizione storico-didattica tesa ad illustrare la vita degli oltre 600mila militari italiani deportati e internati nei lager tedeschi e della loro “Resistenza senza armi”.

Tutte le info sul sito: http://www.anrp.it/mostra/01mostra.html

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